La  mutazione del coronavirus forse l’ha reso più resistente alle principali misure di prevenzione. È una notizia che arriva da uno studio di ricercatori statunitensi, che avrebbero rilevato una mutazione a partire dalla proteina ‘spike’.

Lo studio, che deve ancora essere soggetto ad una verifica ‘peer-review’, ha interessato il genoma del Sars-CoV-2, analizzando un’area geografica della città di Houston e nei suoi dintorni a partire dai primi casi accertati. I ricercatori, che lavorano nell’Università del Texas e in quella di Chicago, hanno analizzato oltre 5000 diverse sequenze genomiche, rilevando una significativa mutazione.

Secondo i ricercatori, la mutazione sarebbe il risultato di una sorta di reazione a catena: il mancato rispetto delle misure di prevenzione avrebbe favorito la diffusione incontrollata del virus, che sarebbe diventato sempre più potente, fino a poter fronteggiare gli ostacoli . La paura dei ricercatori è che, con le varie mutazioni, il Sars-CoV-2 sarebbe in grado di resistere anche all’utilizzo di mascherine, al lavaggio e alla disinfezione delle mani e al distanziamento di 1-2 metri. La mutazione renderebbe il virus più difficile a non farlo diffondere ancora di più e sarebbe anche aumentato ora la carica virale dei pazienti contagiati ma non sarebbe cambiata la sua mortalità.

Molto preoccupato di tutto ciò è il virologo David Morens, diretto collaboratore di Anthony Fauci: «Se ci saranno conferme, tutto ciò porterebbe a non riuscire a controllare più il virus». E quindi semmai ci sarà un vaccino la sua efficacia sarebbe inconsistente. Non tutti gli studiosi sono d’accordo in quanto sostengono la necessità di una revisione definitiva del virus e delle sue mutazioni.