Finora se n’è parlato poco, ma se il referendum confermasse il taglio dei parlamentari, saremmo di fronte a qualcosa di unico nella storia della Repubblica Italiana.

Domenica 20, dalle ore 7:00 alle 23:00, e lunedì 21 settembre, dalle 7:00 alle 15:00, si vota per il referendum costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari, il quarto indetto per confermare o meno una riforma della nostra Costituzione da quando è nata la Repubblica (anch’essa con un referendum) nel 1946. Tutto è cominciato a ottobre dello scorso anno, quando i parlamentari di Camera e Senato hanno approvato il testo della riforma che prevede la loro riduzione di un terzo, da 945 a 600. In particolare, la Camera vedrebbe ridotti i deputati da 600 a 400, mentre i senatori scenderebbero da 315 a 200. Inoltre, verrebbero ridotti da 12 a 8 anche i deputati eletti dagli italiani che vivono e votano all’estero, da 6 a 4 i senatori. Fino a un massimo di 5 i senatori a vita nominati dal presidente della Repubblica.

Anche gli elettori che siano risultati positivi alla malattia Covid-19 e che si trovano in quarantena o in isolamento fiduciario presso la propria abitazione possono votare, ma a patto che facciano pervenire al sindaco del loro comune di residenza, a un massimo di cinque giorni dal voto, una dichiarazione che attesti la volontà di votare da casa insieme a un certificato medico che attesti il contagio, rilasciato a partire da quattordici giorni prima del voto. Possono votare anche le persone ricoverate in ospedale, quindi anche per Covid-19, “purché le strutture che li ospitano abbiano almeno 100 posti letto. Se invece sono ricoverati in strutture con meno di 100 posti letto, il loro voto viene raccolto da appositi seggi speciali”, si legge sul sito del ministero dell’Interno.

Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n. 240 del 12 ottobre 2019?

Ma torniamo al referendum. Al quesito, confermativo, che trovate qui sopra, si può rispondere barrando sì o no sulla scheda elettorale e non è previsto alcun quorum – a differenza dei referendum abrogativi. Quindi il referendum è valido anche se l’affluenza sarà inferiore al 50 per cento. La possibilità, poi sfruttata, di chiedere un referendum è derivata dal fatto che al Senato la riforma – alla seconda votazione – ha ottenuto la maggioranza semplice invece dei due terzi. Questo ha dato spazio alla richiesta di un referendum, avanzato da 71 parlamentari (ne sarebbero bastati 64), come previsto per tutte le leggi volte a modificare la nostra Costituzione.

L’Italia è il paese europeo con il più alto numero di parlamentari. Anche più della Germania e della Francia (923 su una popolazione di 67 milioni di abitanti). Lo scopo della riforma, quindi, è rendere il processo decisionale del parlamento più efficiente. Per un parlamento più vicino ai cittadini. Una riforma frutto di un periodo storico durato circa vent’anni e che ha visto nella politica uno “scoglio” tra la democrazia e i cittadini, tanto da dar vita a un movimento anti-politico, anzi contro “la casta”, parola usata per definire i parlamentari italiani, considerati dei fuoriclasse nella capacità di conservare privilegi, nello spreco di risorse pubbliche e nell’essere protagonisti di scandali. Un termine che poi è diventato anche un’inchiesta e un libro: La casta. Così i politici italiani sono diventati intoccabili scritto Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo nel 2007, due giornalisti del quotidiano Corriere della Sera.

Favorevoli e contrari al referendum

Una delle questioni più discusse in questi giorni, anche se di referendum si è parlato ben poco, riguarda la riduzione del grado di rappresentanza che la riforma, inizialmente sostenuta in modo trasversale dai partiti, andrà a comportare. Specie se non sostenuta da una riforma contestuale della legge elettorale – inizialmente promessa dalla maggioranza parlamentare – che dovrebbe modificare le dimensioni dei collegi, delle circoscrizioni elettorali per evitare di lasciare determinate aree del nostro territorio “scoperte”. Il riferimento è alle aree meno popolose d’Italia. Ridurre i deputati da 630 a 400 significa, a conti fatti, che ogni deputato andrà a rappresentare oltre 150mila italiani, rispetto ai 96mila scarsi di oggi. L’Italia diventerebbe uno dei paesi europei con il più basso livello di rappresentanza politica in rapporto alla popolazione.

Anche gli elettori che siano risultati positivi alla malattia Covid-19 e che si trovano in quarantena o in isolamento fiduciario presso la propria abitazione possono votare, ma a patto che facciano pervenire al sindaco del loro comune di residenza, a un massimo di cinque giorni dal voto, una dichiarazione che attesti la volontà di votare da casa insieme a un certificato medico che attesti il contagio, rilasciato a partire da quattordici giorni prima del voto. Possono votare anche le persone ricoverate in ospedale, quindi anche per Covid-19, “purché le strutture che li ospitano abbiano almeno 100 posti letto. Se invece sono ricoverati in strutture con meno di 100 posti letto, il loro voto viene raccolto da appositi seggi speciali”, si legge sul sito del ministero dell’Interno